venerdì 31 dicembre 2010

Tanti auguri a tutti!




Malthus aveva torto, lo sanno tutti! Ma questi tutti non sanno esattamente su cosa avesse torto, perché o lo hanno dimenticato o non lo hanno mai letto. Nel nostro ultimo numero di Overshoot abbiamo pubblicato un saggio di Marisa Cohen che può aiutare chi lo voglia a documentarsi. Riducendo all'essenziale il messaggio di Malthus si riduce a tre affermazioni e una conclusione:
1) i membri della nostra specie avranno sempre bisogno di mangiare e bere, e
2) ci sarà sempre attrazione sessuale fra di loro.
3) La crescita della popolazione tende a superare la crescita dei mezzi di sostentamento.
Da ciò deriva che siano necessarie politiche che tendano a limitare la fertilità umana onde evitare crisi demografiche determinate dalla triade apocalittica di carestia, pestilenza e guerra.

Il resto del pensiero di Malthus si colloca nel periodo storico in cui si produsse ed è perciò irrilevante nell'attualità.

Chi vuole saperne di più si legga direttamente il saggio sul principio di popolazione, o il saggio di Marisa Cohen o ambedue, o ambedue più altro, per esempio la biografia di Malthus scritta da Patricia James.

Parlare dei meriti di Malthus fa arrabbiare tutti: credenti e non credenti, liberisti e keynesiani, fascisti e comunisti, con tutte le gradazioni intermedie. Tutti hanno buone ragioni, ma non hanno ragione. Le ragioni di questa opposizione sono profonde, come ricordava spesso Luigi De Marchi, e hanno radici nella nostra psiche prima che nella nostra cultura.

E allora noi, che siamo bastian contrari per diletto, che non abbiamo molto interesse a lisciare il gatto per il verso del pelo, che non temiamo anatemi, proviamo a continuare a non sottometterci al tabù demografico.

Cosa ha sbagliato Malthus? Ha forse la modernità "liberato" l'umanità dall'appettito per i cibi e da quello sessuale? Ha la straordinaria crescita dell'economia liberato l'umanità dal bisogno e dalla fame?

La FAO ci dice che oggi 1000 milioni di persone soffrono per la fame. Le diverse retoriche che scendono in campo su questo argomento non hanno mai affrontato il problema alla radice, cioè in modo radicale. Hanno sempre riproposto spiegazioni e ricette superficiali e illogiche che non hanno portato a nulla di buono.

Ogni anno la popolazione aumenta di 75-80 milioni di persone e gli sforzi per nutrire una popolazione crescente e ridurre (o eliminare) la povertà appaiono pie illusioni al servizio di un idea irrealizzabile.

Riuscirà mai l'umanità a prendere in mano il proprio destino? Anche noi ci poniamo la domanda e non siamo sempre ottimisti. Le donne occidentali sono un modello di comunità umana che ha fortemente voluto e imposto alcuni cambiamenti nelle proprie società, al fine di prendere pieno controllo della propria vita, inclusa, ovviamente, la potenza riproduttiva. Oggi sappiamo che molte altre donne nel mondo vorrebbero seguire questa impresa e non possono aspettare di ripercorrere interamente il cammino dell'occidente per arrivarci. Anche perché il percorso dell'occidente non è ripetibile a piacimento un numero infinito di volte. Perché in gran parte è un percorso sbagliato. Lo diceva già Ivan Illich più di trenta anni fa. Il passaggio consumista non può ne, fortunatamente, deve (e questo è l'aspetto più positivo) essere un obbligo. La sostenibilità, che non è l'ossimoro dello sviluppo sostenibile, è possibile a patto che un numero crescente di persone cominci a programmarla e viverla a livello globale.

Pensare globalmente è agire globalmente; perché ognuno si renda conto di non potersi rendere indipendente dalle sventure dei poveri del mondo.

Arrivederci nel 2011.

Luca Pardi (segretario di Rientrodolce)

mercoledì 29 dicembre 2010

Una giovane donna africana intervista altre donne africane.

African Lady di Thomas Woodman.

Un documentario prodotto da Blue Planet United/Population Press e stato realizzato da una giovane studentessa keniota, Michelle Odhiambo, che ha intervistato cinque giovani donne di altrettanti paesi: Kenya, Mozambico, Ghana, Tunisia e Tanzania, sulla situazione e le prospettive femminili nel continente africano. Fra le domande ci sono anche quelle sulla contraccezione e la pianificazione familiare. Interessante e rapida presa di conoscenza su cosa pensano le donne che vengono dall'Africa. Riporto la traduzione dell'articolo di presentazione del documentario qui sotto, ma a chi ha tempo e voglia consiglio di ascoltare le interviste a queste cinque ragazze. L'inglese non è molto difficile.


Le donne africane parlano.


di Michelle Odhiambo

"Come ti chiami e da dove vieni?"

"Sono Annie e vengo dalla Tanzania".

"Fai uso di contraccettivi?"

"Si".


Questa è solo una delle molte domande che ho fatto ad un gruppo di donne di una vasta gamma di paesi in tutta l'Africa. Mentre sedevo lì, con una videocamera, le luci, e la mia lista di domande, non ho potuto fare a meno di contemplare quanto le donne africane sono andate lontano nel mondo. Sono passate da essere mogli, madri e schiave per diventare studentesse, professioniste, attiviste, e forgiatrici del proprio futuro. Nel corso dei colloqui mi è stato assicurato che molte donne africane hanno preso il controllo della propria vita sia in ambito pubblico che privato e non rinunciano a questa .

Con l'aiuto di Blue Planet United e della Webster University (Leiden, Paesi Bassi) ho realizzato documentari con queste meravigliose, coraggiose ed esaltante donne africane che sono anche una fonte di ispirazione. Chiamo il progetto "African Women Speak Out". Esso può essere visto e sentito a www.populationpress.org/.

Ho iniziato in una giornata ventosa e fredda a Leiden, e sembrava che non avremmo potuto essere più lontano dalla nostra patria. Ma le donne erano felici di rispondere a tutte le mie domande senza mezzi termini e in modo riflessivo, e per far sentire la loro voce. Problemi sul matrimonio, la pianificazione familiare e i contraccettivi sono importanti per ognuna di loro. Queste donne sanno quando e quanti figli volevano, fatto sorprendente dato che gli uomini avevano l'ultima parola su questi temi solo un decennio fa. Anche argomenti che sono stati a lungo un tabù, come il sesso prima del matrimonio, vengono dettagliatamente affrontati.

Le donne africane con un'educazione, hanno preso il controllo non solo nella sfera privata, ma anche della sfera pubblica. Queste donne sanno esattamente ciò che vogliono fare dopo i loro studi e dove è diretta la loro carriera. Hanno piani, obiettivi, sogni e aspirazioni verso le quali sono dirette. Non si tratta solo di frequentare l'università o intraprendere una carriera per fare soldi, hanno lo scopo di fare la differenza nel mondo. Da un lato il progresso che le donne africane stanno facendo può sembrare sorprendente a molte persone nei paesi occidentali, perché in occidente le donne hanno avuto un certo livello di responsabilizzazione già da qualche tempo. D'altra parte, queste donne sono completamente in contrasto con le immagini degli africani che i media occidentali di solito presentano.

Lungi dall'essere primitive, tribali e sottomesse, queste donne sono intelligenti, indipendenti, sofisticate, urbane e mondane. E 'vero che la povertà e l'oppressione sono ancora fin troppo diffuse in gran parte dell'Africa, ma per ogni donna africana ogni passo che le allontana da queste ombre è una pietra miliare di cui vanno orgogliose. La tendenza verso l'urbanizzazione che vediamo in Occidente sta accadendo anche in Africa, e le donne con cui ho parlato rappresentano la nuova donna africana che vive in città, frequenta l'università, intraprende una carriera, si sposa più tardi nella vita, ha meno bambini, ed è in controllo della propria vita. Punta a raggiungere posizioni di rilievo nella politica e affari, e ci sta arrivando.

Mi vedo come parte di questa nuova classe. Sono di Nairobi, in Kenya. Ho lavorato nel settore televisivo prima di trasferirmi in Olanda per ottenere la laurea triennale in Comunicazione multimediale presso Webster University. Quando conseguirò la mia laurea ho intenzione di tornare in Kenya per essere un regista televisivo e cinematografico. Quando ho parlato con le altre donne dei loro sogni e aspirazioni, le ho capite e mi sono identificata con loro. Anche se erano incredibilmente diverse, in rappresentanza dei paesi del Kenya, Mozambico, Ghana, Tunisia e Tanzania, e anche di diversa carnagione: dalla pelle molto scura a molto chiara (sì, ci sono africani bianchi!), abbiamo condiviso tutte le cose in comune, sia come donne che come africane. La raccolta di cortometraggi che ho fatto chiamato "African Women Speak Out" ed è una selezione delle nostre conversazioni sui temi che interessano.

domenica 19 dicembre 2010

Popolazione e clima

Ospito oggi un contributo del prof. Giorgio Nebbia. Il prof. Nebbia è una delle voci più autorevoli dell'ambientalismo raziocinante in Italia. Ha insegnato merceologia alla Facoltà di Economia e Commercio dell'Università di Bari dal 1959 al 1995. Nella sua attività di ricerca si occupa di ciclo delle merci, fonti energetiche, e limiti e uso delle risorse naturali. E'stato deputato nella IX legislatura (1983-1987) e senatore nella X legislatura (1987-1992) sempre eletto nelle liste della sinistra indipendente. Per una sua biografia completa è sufficiente una ricerca in internet. E' membro del Consiglio Scientifico di ASPO-Italia.

Popolazione e clima.

di Giorgio Nebbia (nebbia@quipo.it)

Articolo pubblicato martedì 19 ottobre 2010 su  La Gazzetta del Mezzogiorno.




Ogni tanto riemerge il problema dei rapporti fra la popolazione, quella mondiale e quella di singoli paesi, e i fattori economici e ambientali. 40 anni fa, quando è nata l’”ecologia”, la popolazione mondiale era meno di 3500 milioni di persone (oggi nel 2010 è quasi settemila milioni); già allora era stata manifestata la preoccupazione che le risorse planetarie non potessero bastare a soddisfare, per tutti i terrestri, “la fame” di cibo, di acqua, di petrolio, di acciaio, di plastica, eccetera.

L’analisi del rapporto fra popolazione che “cresce troppo” e risorse che crescono molto più lentamente (o, in qualche caso addirittura diminuiscono) risaliva a Malthus, alla fine del Settecento ed è stata poi ripresa molte volte. Negli anni settanta del Novecento esistevano associazioni che raccomandavano la “crescita-zero” della popolazione mondiale e il rischio di un aumento ”eccessivo” della popolazione era ripreso dal libro “I limiti alla crescita” del Club di Roma. Poi sono successe tante crisi politiche ed economiche e il problema è stato accantonato.

Ogni tanto il problema dei rapporti popolazione-risorse-inquinamento riemerge mostrando tutte le sue contraddizioni Un importante banchiere nei giorni scorsi ha scritto che la crescita della popolazione contribuisce a far aumentare il “Prodotto Interno Lordo” “grazie” ad un aumento dei consumi di cibo, acqua, merci, energia; purtroppo, di conseguenza, aumenta anche la massa dei rifiuti immessi nell’ambiente.

Un articolo apparso quasi contemporaneamente nei Proceedings (Atti) della Accademia delle Scienze degli Stati Uniti ha messo in evidenza che una diminuzione fino al 30 % delle emissioni annue di anidride carbonica (CO2), e quindi un allontanamento nel tempo delle conseguenze climatiche negative future, potrebbe essere ottenuta rallentando la crescita della popolazione. La quantità della CO2 immessa nell’atmosfera a livello mondiale, come quella di qualsiasi altro agente inquinante, dipende da tre fattori: il numero dei “consumatori”; la quantità di merci e beni materiali ed energia che ciascuna persona usa; la qualità, cioè il potere inquinante, di ciascuna merce o bene materiale.

Spingendo lo sguardo al 2050 (più in la nessuno può azzardarsi ad andare) si vede che in tale anno è inevitabile che la popolazione mondiale, anche se aumentasse più lentamente di oggi (circa 60-70 milioni di persone all’anno), sia inferiore a novemila milioni: una stima bassa. Se anche i consumi individuali, nei paesi industriali e in quelli emergenti, restassero uguali agli attuali, il che é impossibile perché tutti, specialmente nei paesi emergenti, vogliono avere più automobili, più case e più plastica, “inevitabilmente” aumenterebbero anche le quantità di carbone, petrolio e gas naturale estratti ogni anno dalle viscere della Terra e bruciati, con aumento della quantità di CO2 che ogni anno finisce nell’atmosfera.

Ma anche “se”, usando processi produttivi e fonti energetiche alternativi agli attuali, le emissioni di CO2 nell’atmosfera per il prossimo quarantennio restassero uguali a quelle attuali, circa 25 miliardi di tonnellate che ogni anno si aggiungono alla CO2 già esistente nell’atmosfera, da qui al 2050 la concentrazione della CO2 nell’atmosfera aumenterebbe dalle attuali 380 ppm (parti di CO2 per milione di parti di atmosfera, in volume) a circa oltre 450 ppm. Se ciò avvenisse, si avrebbe (a meno di indesiderabili catastrofi planetarie come esplosioni nucleari o gigantesche eruzioni vulcaniche) un ulteriore riscaldamento dell’atmosfera terrestre, maggiori cambiamenti nelle piogge e nella siccità delle varie zone del pianeta, anche se non è facile capire a chi toccherebbe l’uno o l’altro evento.

Lo studio americano mette inoltre in evidenza che, a parità di tutte le altre condizioni, un peggioramento del clima potrebbe essere provocato dall’apparentemente irrefrenabile aumento della popolazione nelle grandi città, nelle quali i consumi, di merci ed energia e di mezzi di trasporto, sono più concentrati e più rapidamente crescenti.

A complicare le cose contribuisce anche il fatto che settemila o novemila milioni di terrestri non sono una entità omogenea; un rallentamento della velocità con cui aumenta la popolazione, come si sta verificando in tutta Europa in seguito alla diminuzione della natalità, cioè del numero di figli in ciascuna famiglia, ha come effetto un aumento della proporzione degli anziani. E anche gli anziani hanno bisogno di beni materiali e di servizi, anche se diversi da quelli delle generazioni più giovani: gli anziani hanno bisogno di meno automobili, meno benzina e meno campi sportivi ma hanno bisogno di più ospedali e spazi verdi e ricreativi e assistenza personale. L’aumento del numero di anziani, per esempio in Italia, sta determinando una crescente immigrazione, dai paesi poveri verso i paesi “ricchi”, di persone giovani disposte a fare gli assistenti familiari e gli infermieri. Tutto questo fa aumentare, non diminuire, la richiesta di merci ed energia e il relativo inquinamento.

Quali effetti avranno questi complessi, contrastanti, cambiamenti sull’inquinamento e sui mutamenti climatici (un tema che sarà affrontato nel prossimo novembre dalla ennesima conferenza che si terrà a Cancun, nel Messico, alla ricerca di un improbabile accordo internazionale sulla diminuzione delle emissioni di gas serra nell’atmosfera) ? E quali effetti avranno sulla richiesta mondiale di merci e sulla produzione industriale, sulla richiesta di cibo e quindi sulla struttura dell’agricoltura che a sua volta richiede acqua, concimi e energia e altera la superficie del suolo e contribuisce ai mutamenti climatici ?

Il 16 ottobre scorso si è tenuta l’annuale giornata mondiale dell’alimentazione, col solito ritornello di quanti sono i milioni (sono mille) di sottoalimentati nel mondo; noi ce la caviamo con una scrollata di spalle e con qualche avara donazione, dimenticando che popolazione, e cibo, petrolio e inquinamento sono tutti legati fra loro. Se la politica si occupasse di questo, e non di frivolezze, potrebbe venirne solo del bene per tutti.

martedì 14 dicembre 2010

L'ombelico del mondo: Hindu Kush o Scandinavia?

C'è un articolo interessante che spiega come si calcolano delle specie di centri di gravità di popolazione e ricchezza. Intanto vediamo che cosa sono. Si prende la distribuzione della popolazione (e della ricchezza indicata dal PIL procapite) nel mondo a prescindere dalle barriere nazionali e con una certa griglia ad esempio di 1000 Km. Con i dati disponibili e con l'approssimazione della griglia scelta, si calcola il luogo geometrico che ha minima distanza dalle popolazioni e dalla ricchezze prensenti nelle diverse aree del mondo (divise in base alla griglia scelta non su base nazionale). Il centro della popolazione si trova nell'Hindu Kush nell'estremo lembo occidentale della catena Himalaiana, in una area (l'approssimazione è di diverse centinaia di Km) fra Cina, India, Pakistan, Tagikistan e Afghanistan. Da qualche parte su queste montagne.


La media della distanza che le popolazioni dovrebbero percorrere per raggiungere questo luogo è 5200 Km. Il centro della ricchezza si trova invece nel sud della Penisola Scandinava a diverse migliaia di Km dal centro della popolazione. Questo è un indicatore efficace dell'ineguale distribuzione di popolazione e ricchezza nel mondo. Il dato conferma anche la dicotomia economica Nord-sud. L'articolo e i dati usati risalgono a 10 anni fa. Sarebbe interessante sapere se questi luoghi geometrici si sono mossi in seguito agli eventi non trascurabili di questo decennio. Ma se effettivamente India e Cina sono cresciute economicamente tanto da spostare verso sud-est il centro della ricchezza, soprattutto l'India è cresciuta anche demograficamente attraendo verso sud-est il centro della popolazione. Ho chiesto direttamente agli autori dell'articolo se ci sono dati nuovi e vi terrò informati. Sarebbe bello anche seguire il moto dei centri in questione nella storia. Ma temo che questo sia ancora più difficile da stimare.

mercoledì 1 dicembre 2010

La ragazza con l'orecchino di perla.


Nel 350simo anniversario della sua fondazione (30 novembre 1660) la Royal Society chiede a 10 intellettuali britannici a quali grandi domande, secondo loro, la Scienza è chiamata a rispondere nei prossimi tre secoli. Sette di questi dieci intellettuali sono catturati dai grandi enigmi (che resteranno tali) da Discovery Channel: cosa c'era prima del big bang, riusciremo a colonizzare l'universo, riusciremo a spiegare il concetto di infinito, comprendere cosa sia la coscienza ... etc, due si rivolgono a temi più terreni: la sopravvivenza della nostra specie e le nuove tecnologie per l'autoproduzione (non quelle della permacultura, ma quelle iper-tech dei printer 3D. Ma è la scrittrice Tracy Chevalier, autrice del romanzo "la ragazza con l'orecchino di perla" che mette i piedi nel piatto di una scienza ormai distaccata dalla realtà:

Tracy Chevalier: Come faremo a far fronte alla crescente popolazione mondiale?Possiamo parlare quanto ci piace di energie rinnovabili, di riciclaggio e di agricoltura sostenibile, ma è la popolazione la questione che conta davvero. Eppure è quello su cui tante persone scelgono il silenzio. Abbiamo reso la riproduzione un diritto umano insindacabile. Fare così ci porta o ad essere per l'eugenetica o ad essere autoritari e repressivi, come nel caso del figlio unico in Cina. Ma prima o poi dovremo fare qualcosa. Non importa quanto ricicliamo, quanta energia rinnovabile produciamo e quanto cibo in più produciamo, verrà un momento in cui la popolazione mondiale sarà insostenibile. C'è di più, la pressione sulle risorse avviente ad entrambe le estremità dello spettro della popolazione, non solo nascono più bambini, ma la gente vive più a lungo. Si immagina perfino che alcune persone potrebbero presto vivere per 200-300 anni. Questo potrebbe essere un trionfo della medicina, ma un disastro per il mondo. Così mi piacerebbe vedere gli scienziati creare un modello di crescita della popolazione in grado di prevedere il punto di rottura per il pianeta e in questo quadro poter organizzare una politica globale.

Un piccolo problemino: non abbiamo tre secoli di tempo per risolvere il problema demografico e un ritorno della Scienza fra i comuni mortali è altamente desiderabile.

martedì 30 novembre 2010

Overshoot.

Abbiamo pubblicato tl secondo numero del bollettino di Rientrodolce Overshoot.

Questo numero, oltre ad un certo numero di notizie e dati, contiene un corposo saggio  di Marisa Cohen su Malthus.

Riporto qui di seguito l'editoriale di presentazione del numero:

Il convitato di pietra (editoriale)

Questo numero presenta un corposo saggio su Malthus di Maria Luisa Cohen. Molto spesso ci siamo trovati a discutere delle idee di Malthus con persone che, manifestamente, non avevano letto una riga della principale e più famosa opera dell'economista e moralista scozzese: il “Saggio sul principio di popolazione”. Io che l'ho letto [1] ho trovato conferma dell'idea che la maggior parte delle cose che si dicono su Malthus siano derivate da idee di seconda mano informate ad un progressismo di maniera e senza un minimo di attenzione all'aspetto quantitativo dei fenomeni demografici ed ecologici che, da sempre, determinano la base materiale delle crisi ecologiche.[2] Il saggio di Maria Luisa Cohen fa giustizia di tutte queste interpretazioni non documentate del pensiero di Malthus presentando il suo lavoro alla luce del dibattito politico- filosofico del momento storico in cui si è sviluppato, e dunque con i suoi limiti, ma anche la sua innegabile attualità.

Malthus è il convitato di pietra di ogni discussione demografica, così come il Club di Roma e il suo "I limiti dello sviluppo" lo è per ogni considerazione sulla cosiddetta sostenibilità. E il concetto stesso di sostenibilità della popolazione umana, ovvero del suo metabolismo sociale ed economico, prende vita dal momento in cui questo prete  economista propone il primo confronto fra la crescita della popolazione e la crescita delle risorse per sostenerla. Non può stupire che una pubblicazione come la nostra, che ha nel titolo il concetto di superamento della capacità di carico, l'overshoot o tracimanzione ecologica per chi non ama l'inglese, sia debitrice nei confronti del rev. Malthus.

Come abbiamo imparato da Luigi De Marchi, ogni considerazione sulla sostenibilità che non includa il fattore demografico risulta falsata in partenza. Un mero esercizio di vuota propaganda. Sia chiaro che non si sta parlando dello sviluppo sostenibile. Si sta proprio parlando di quella cosa che noi chiamiamo "rientro dolce", e che altri indicano con altre espressioni corredate di idee molto precise su come ottenere questo stato di grazia, ma senza mai toccare il tema della riproduzione umana che è alla base dell'esplosione demografica e senza mettere mano al quale ogni cura dei suoi effetti ecologici locali e globali, sarà una cura sintomatica[3] o, peggio, un placebo.

Luca Pardi (segretario di Rientrodolce)

Note.

[1] Rileggere Malthus. Luca Pardi. Risorse, Economia, Ambiente. Blog di ASPO-Italia. 24 aprile 2009.
[2]Collasso - Come le società scelgono di morire o vivere. Jared Diamond. Einaudi 2005.
[3] Gli elefanti di Jay Forrester. Malthus day. 5 dicembre 2009.

giovedì 25 novembre 2010

Appuntamento con il mago dell'energia.


Come ogni anno all'inizio di novembre l'IEA (International Energy Agency) Agenzia intergovernativa per l'energia dei paesi OCSE, esce con il suo documento di analisi e previsione (qui si trova un sommario in italiano). Come ogni anno gli analisti si calano nel documento con particolare attenzione alle previsioni. Quest'anno la novità è nel fatto che l'IEA propone degli scenari di taglio dei consumi tali da raffreddare la dinamica del prezzo del barile di petrolio. La figura chiave è questa (ho solo tradotto la legenda):

da confrontare, per esempio, con una analoga figura di due anni fa:


 Come si vede i nuovi scenari confermano il picco del convenzionale che è ormai un fatto assodato da due anni anche per l'IEA, e diminuiscono la produzione totale a 96 milioni di barili al giorno nel 2035. Nel documento del 2008 la produzione raggiungeva un livello superiore ai 100 milioni di barili al giorno nel 2030. Le nuove politiche dovrebbero contenere la domanda, e quindi i prezzi, e prolungare un po' la vita dei combustibili fossili. Nello stesso scenario il prezzo è previsto aumentare fino a 113 $/barile (in dollari 2009) nel 2035.



Lo scenario 450 si riferisce ad uno scenario di contenimento delle emissioni tale da non far superare alla concentrazione di CO2 in atmosfera le 450 ppm.

Il world energy outlook è un documento piuttosto corposo e per leggerlo tutto ci vuole un po' di tempo. Un certo numero di commenti sono usciti le scorse settimane su The Oil Drum a cura di Gail the Actuary.
Io ho scritto un articolo pubblicato su Notizie Radicali. Magari più avanti ci ritorno.




lunedì 22 novembre 2010

Il Papa e il preservativo: risponde Pannella.

Pubblico integralmente l'intervento di Marco Pannella sulla presunta svolta vaticana in merito all'uso dei profilattici. Sono in totale accordo con il vecchio leone di via Torre Argentina!


Qui si trova il profilo di Pannella su facebook dove ho preso il testo.



Sono ossessionati dal sesso e lo vedono in modo demoniaco. Pensano alle prostitute, invece di pensare all’Africa, ai tanti mariti e mogli cui hanno imposto la castità”.

Quella di Papa Benedetto XVI sulla contraccezione non è una “svolta”, secondo i Radicali, ma tutt’al più una “svista”. “L’apertura fatta dal Papa al preservativo? Si tratta di una distrazione, una piccola topica che è sfuggita al Papa”, ha detto Marco Pannella, leader storico dei Radicali, ai microfoni di Radio Radicale. “Non è un caso che Ratzinger abbia detto: ‘Ma certo, se c’è la prostituta…’. Per quel mondo, d’altronde, se si tratta di sesso si finisce subito a parlare di prostituzione, non di amore. Perché loro sono ossessionati dal sesso e lo vedono come demoniaco, come sporco”. Poi Pannella spiega: “Rocco Buttiglione ha specificato che ‘fa parte della dottrina della Chiesa la considerazione tra male minore e male maggiore. Quindi, nel momento in cui c’è il male della prostituzione, la cosa più grave sarebbe quella di diffondere ulteriormente l’Hiv’. Questa precisazione è molto opportuna. Ma è anche un po’ urgente e tardiva. Il Papa, e Buttiglione, se ne sono accorti tardi. Loro infatti hanno taciuto in modo blasfemo del rapporto male minore-male maggiore, quando in intere zone del mondo hanno raccontato che la castità era l’unica alternativa all’Aids, che non si poteva usare il preservativo, che occorreva unirsi sessualmente e procreare come bestie…”.“Il grande nemico di questa concezione è il concepire responsabilmente e con amore”, continua l’esponente radicale: “Vorrei dirlo al Papa e a tutti quanti: ma vi siete resi conto che voi vi siete occupati di divorzio e di aborto quando vi abbiamo costretto noi? Quando abbiamo iniziato noi a lottare contro il flagello dell’aborto di clandestino, di massa e clericale, a questo punto avete reagito. Ma prima non bisognava parlarne, era vietato. Allora dico che questo è lo scontro, ed è lo scontro della religiosità contro una scelta feticistica e simoniaca alleate. Il feticismo è quello di tutelare non la persona – il padre e la madre, le persone che si amano – ma tutelare l’embrione e lo zigote dalla possibilità di un intervento. Questa del Papa non è una svolta, è una topica, una debolezza. Subito tutti dovrebbero pensare all’Africa, alla moglie e al marito di lì, altro che alle prostitute…”. Infine conclude con una frecciatina sul tasso di laicità dei finiani: “Sulla linea Casini-Fini-etc., ha ragione un altro democristiano, Calogero Mannino, che per primo ha detto che quella di Casini-Fini è un’operazione, e lo ha detto da democristiano, ‘neo-clericale’. Ed è vero. Non a caso Casini ha preso la parola contro Roberto Saviano soltanto perché ha fatto parlare Mina Welby”.

sabato 20 novembre 2010

Mega estrazioni minerarie in Argentina.



video

Scaricato da Conciencia Solidaria.
Un grazie a Nicoletta per aver scovato il video prima e quello sottolineato dopo.

sabato 13 novembre 2010

Il petrolio e la fine della globalizzazione.

Pubblico oggi l'intervento di Jeff Rubin al convegno di ASPO-USA che si è svolto a Washington due settimane fa. Jeff Rubin ex economista capo alla CIBC World Markets è autore fra gli altri del libro: Why your world is about to get a lot smaller. Il suo punto di vista sulla crisi corrisponde a quello che abbiamo ripetutamente sostenuto (con qualche dissidio invero, non saremmo radicali altrimenti) in Rientrodolce e che in ASPO è essenzialmente un fatto acquisito. La crisi del 2008 è stata innescata dalla crescita del costo dell'energia nel quadriennio precedente alla crisi. Inoltre le conseguenze di questa crisi saranno molto rilevanti:
la fine del globalismo economico alimentato dal petrolio a buon mercato. Sarebbe ovviamente un eccesso di
superbia dire con esattezza quello che ci aspetta al posto della globalizzazione, nessuno lo sa. Ma non essere nemmeno preparati ad un cambiamento e cercare di ripristinare condizioni impossibili è un eccesso di superbia ancora peggiore.

I limiti dell'analisi di Rubin sono tutti nel suo, dichiarato, economicismo. La conclusione appare, al sottoscritto, piuttosto semplicistica nel suo prevedere un ritorno di Suburbia (il prodotto dell'espansione urbana pluridecennale, il cosiddetto suburban sprawl) allo status quo ante, come se ripristinare campi coltivabili al posto delle villette e delle strade fatte per raggiungere le villette fosse un lavoretto da nulla, anche eventualmente guidato dal costo dei prodotti agricoli.


La traduzione è mia e perciò non priva di difetti. Chi volesse ascoltare Rubin può andare su ASPO-TV e godersi il suo keypoint, oppure leggere la trascrizione in inglese su The Oil Drum.



Il petrolio e la fine della globalizzazione.

(traduzione italiana della trascrizione dell'intevento di Jeff Rubin ad ASPO-USA)

Conoscere la natura della malattia è di solito un primo passo essenziale per trovare una cura. E così, è con una recessione. Conoscere la vera natura di una recessione ci può aiutare molto a non cadere in un'altra. In particolare, quando la recessione che abbiamo appena vissuto sembra essere la più profonda recessione globale mai vista nel dopoguerra.

Il punto di vista convenzionale, sposato dai banchieri centrali, dai ministri delle finanze, e dagli esperti che si vedono in TV vorrebbe far credere che la recessione che stiamo ancora vivendo qui in America, e, anzi, in tutto il mondo, non era altro che una crisi finanziaria, le cui radici affondano nel fallimento del mercato dei mutui sub-prime negli Stati Uniti. In altre parole, una serie di case rattoppate e invendibili in un mercato immobiliare depresso in luoghi come Cleveland, tutte finanziate con il credito facile e i mutui subprime, avrebbero colpito i mercati finanziari come una qualche bomba tossica a idrogeno, tutto ad un tratto, un crollo del mercato immobiliare negli Stati Uniti, si sarebbe in qualche modo trasformato in una profonda recessione globale.

Accidenti, non credevo che Cleveland fosse così grande! Nessuno venga a dirmi dell'impatto del mercato dei mutui subprime sui mercati finanziari. […..] Ma c'è una grande differenza tra far saltare in aria il bonus pool delle banche di investimento, e far saltare in aria Wall Street, con tutto quello che è seguito.

Se vi state chiedendo perché istituzioni avverse al rischio, come la banca per cui ho lavorato, hanno dovuto sottoscrivere quasi 10 miliardi di dollari di asset in cose chiamate Collateralized Debt Obligations, che sono stati finanziati con pool di mutui subprime. La ragione è piuttosto semplice: avevano un rating AAA, il che significa che le agenzie di rating gli assegnavano il rischio di default con la stessa probabilità che il Tesoro americano finisse in default. Quello che le banche hanno perso di vista è come le agenzie di rating vengono pagate. Le agenzie di rating non vengono pagate dagli investitori; vengono pagate dagli emittenti. In economia, chiamiamo questo problema moral hazard. Nel settore delle banche di investimento, lo chiamiamo "Shit Happens".

E' facile vedere come i mutui sub-prime hanno fatto esplodere Wall Street, è un po' più difficile da vedere come questa sia la causa della recessione globale. Perché ci sono economie che non avevano mutui sub-prime e che hanno subito una recessione ancora più profonda rispetto agli Stati Uniti? Perché queste economie entrarono in recessione anche prima dell'economia americana? Forse, solo forse, c'era qualcosa di più importante in corso - più importante per l'economia globale di Wall Street o dei mutui sub-prime, come il barile di petrolio a 147 dollari, per esempio. Se sappiamo una cosa dell'economia mondiale negli ultimi 40 anni, sappiamo che con il petrolio a buon mercato funziona molto bene. Tutto d'un tratto, il petrolio diventa caro e tutto si blocca.

Ogni grande recessione nel periodo post-bellico ha l'impronta del petrolio. Il primo shock petrolifero del 1973 portò a quella che allora fu la più grave recessione del dopoguerra. Il secondo shock petrolifero OPEC ha portato a non meno di due recessioni: nel 1979 e nel 1982. E poi, quando Saddam Hussein invase il Kuwait, e lasciò metà dei suoi giacimenti di petrolio in fiamme, l'olio schizzò al prezzo allora inaudito di 40 dollari barile, ed ecco che il mondo industrializzato cadde di nuovo in recessione.

Accidenti, mi chiedo cosa sia successo al prezzo del petrolio prima di questa recessione. Mi sembra che il prezzo del petrolio sia passato da circa 30 dollari barile, all'inizio del 2004, a quasi 150 dollari barile entro il 2008. Anche in termini reali, cioè aggiustati per l'inflazione, questo aumento dei prezzi è stato più del doppio rispetto all'aumento del prezzo sia del primo che del secondo shock petrolifero dell'OPEC. Se questi ultimi hanno portato a recessioni devastanti, perché il più grande shock petrolifero di tutti i tempi, non dovrebbe essere il colpevole evidente di quella che è stata la più profonda recessione fino ad oggi?

Ci sono molti modi in cui gli shock petroliferi creano recessioni globali. In primo luogo, il trasferimento di reddito. Quando il petrolio è passato da 30 dollari barile, a circa 147 dollari barile, oltre 1 trilione di dollari di reddito è stato trasferito dal mondo industrializzato consumatore di petrolio ai paesi dell'OPEC. Fatto che non è stato neutrale per l'economia, perché il tasso di risparmio dei paesi da cui il denaro veniva, come gli Stati Uniti, è sceso praticamente a zero, il che significa che i consumatori spendevano tutto quello che guadagnavano. E dove il denaro stava andando, luoghi come l'Arabia Saudita o in Kuwait o negli Emirati Arabi Uniti, il tasso di risparmio saliva di quasi il 50%, quindi certamente un processo non neutrale economicamente rispetto alla domanda.

L'alto prezzo del petrolio determina recessione anche determinando uno spiazzamento delle spese non energetiche. Due anni fa, quando un gallone di benzina costava 4 dollari, gli americani a basso reddito pagavano più per riempire i serbatoi delle loro macchine di quanto facessero per riempirsi lo stomaco.

Ma di gran lunga il meccanismo più importante, la via più importante, con la quale i prezzi del petrolio causano recessione è attraverso il loro impatto sull'inflazione, e il loro impatto sui tassi di interesse.

Non mancano le persone da incolpare della crisi dei mutui subprime. Si potrebbe iniziare con le aziende di finanziamento immobiliare che hanno approvato in modo fraudolento il credito ipotecario, poi rapidamente venduto alle istituzioni finanziarie. Possiamo incolpare le istituzioni finanziarie che hanno giocato alla roulette russa con i soldi dei depositanti, e naturalmente possiamo incolpare le agenzie di rating che ha assegnato rating AAA a tutto questo. E possiamo incolpare le autorità di regolamentazione, che dormivano al volante, come la Securities Exchange Commission, che erano o ciechi o indifferenti al rischio sistemico di Wall Street ai mutui subprime.

Tuttavia, il vero colpevole dietro mutui subprime è stato il bassissimo costo del capitale e i tassi di interesse dello 0%. Tutte le avidità del mondo non potevano fare ciò che ha fatto il denaro facile che la Fed ha reso possibile. I tassi dei mutui subprime sono stati creati dai tassi di interesse. E il mercato dei subprime è stato fregato dai tassi di interesse. Tutti sono d'accordo su questo scenario. La domanda che la gente non sembra porsi è: "Perché i tassi di interesse sono passati dall 1% al 5,5% dal 2004 al 2006?"

Bene, ogni banchiere centrale, anche Alan Greenspan, riconoscerebbe che il costo dell'assunzione di un debito è l'immagine speculare del tasso di inflazione. Avevamo un tasso dell'1% dei fondi federali nel 2004, perché avevamo un tasso di inflazione dell'1%. Tutto d'un tratto, nel 2006, l'inflazione era oltre il 5,5%, la più elevata in America, dal momento che, guarda che coincidenza, nel 1991 c'era stato l'ultimo shock petrolifero. Tutto d'un tratto, il denaro non era più gratis. Tutto d'un tratto, non ricevevi più carte di credito che non avevi mai richiesto nella cassetta della posta. E, all'improvviso, la gente che aveva vissuto con tassi di ammortamento negativo dei mutui sub-prime ha dovuto iniziare a pagare il 7% o l'8%.

Beh, se i tassi di interesse non fossero aumentati, ciò non si sarebbe verificato. Perché l'inflazione saliva? Quasi tutto l'aumento dell'inflazione è venuto da una componente del paniere dell'indice dei prezzi al consumo degli Stati Uniti - la componente energia. Entro la fine del 2006, l'inflazione energetica correva al 35%, a causa di un prezzo: il prezzo del petrolio. Il prezzo del petrolio è passato da 30 dollari al barile, e, sia detto per inciso, ogni analista di petrolio al momento disse che sarebbe rimasto a quel livello, a oltre 70 dollari al barile. Se il petrolio fosse rimasto a 30 dollari al barile, né l'inflazione né i tassi di interesse sarebbero mai cresciuti. Tutta questa brava gente a Cleveland sarebbe probabilmente ancora lì, nelle loro case finanziate mutui sub-prime con tasso di interesse dello 0% . Lehman Brothers e Bear Stearns esisterebbero ancora, e probabilmente io sarei ancora il capo economista di CIBC.

Ma non è questo quello che è successo. Perché i prezzi del petrolio salirono a 147 dollari barile? Ad un livello dove praticamente ogni economista ha detto che non poteva arrivare. Beh, ci sono due ragioni per le quali gli economisti dicevano che i prezzi del petrolio non potevano entrare nel dominio della tripla cifra, e questi attengono al venerato principio della domanda e dell'offerta. In primo luogo, la teoria della curva di offerta inclinata verso l'alto - dei prezzi del petrolio produrrà l'aumento dell'offerta, proprio come ha fatto dopo gli shock petroliferi dell'OPEC, quando il petrolio iniziò a sgorgare dalla Prudhoe Bay e dal Mare del Nord. E ciò permise non solo di rompere lo strangolamento imposto dai paesi dell'OPEC, ma fece crollare i prezzi del petrolio.

Purtroppo, come tutti sapete, non ci sono più Prudhoe Bay o Mari del Nord. Sì, ci sono le sabbie bituminose, e i giacimenti deep water, e la curva di offerta inclinata verso l'alto ha portato nuove fonti di approvvigionamento, ma solo a prezzi che alla fine non potevamo permetterci di bruciare.

E il venerato principio della domanda? Non dovrebbe il prezzo del petrolio in triplice cifra azzerare la domanda? Beh, lo ha fatto, in certi luoghi. Lo ha fatto negli Stati Uniti. Lo ha fatto in Canada. Lo ha fatto in Giappone. Lo ha fatto in Europa occidentale. Quindici anni fa, se le economie avessero improvvisamente ridotto il loro appetito di petrolio, i prezzi del petrolio sarebbero caduti, perché 15 anni fa, questi paesi avrebbero rappresentato quasi i tre quarti del consumo mondiale di petrolio. Oggi, essi costituiscono, a malapena la metà. Domani, essi rappresenteranno meno della metà. Non è stato il consumatore americano che ha spinto con la sua domanda il prezzo del barile a 147 dollari durante l'ultimo ciclo, e certamente non sarà il consumatore americano che guiderà un barile di petrolio a $ 147 e ancora più su nel ciclo successivo. Abbiamo già visto la domanda di picco, in questa economia, e l'economia degli altri paesi industrializzati.

Dove pensate che la domanda di petrolio sia cresciuta più forte? Molti di voi diranno probabilmente la Cina, e in effetti è così. La domanda cinese e 'cresciuta da circa 2 milioni di barili al giorno, a circa 9 milioni di barili al giorno. Ma io conosco un posto dove la domanda di petrolio sta crescendo anche più velocemente che in Cina. Ed è lo stesso luogo da dove i vostri politici hanno detto che la vostra offerta verrà in futuro. L'anno scorso, l'OPEC e i due produttori non di cartello, Messico e Russia, hanno consumato 14 milioni di barili al giorno. Cioè quasi due Cine.

Cosa rende l'OPEC così assetato del suo stesso carburante? Beh, se avete mai fatto il pieno a Caracas, capireste. Infatti li si paga 20 centesimi al gallone. E se si va a Riad, in Arabia Saudita, appena un po 'di più: 40 centesimi al gallone. Ed sono 40 centesimi al gallone, sia che il barile costi 20 dollari, o 150 dollari.

Se pensate che guidare sia un buon affare nei paesi OPEC, sappiate che lì nulla può gareggiare come la convenienza dei grandi consumatori di energia elettrica. Qual è la cosa più bella da fare a Dubai? Sciare, naturalmente. A me piace sciare, sono canadese. Ma andare a sciare in una zona dove è tanto caldo da friggere un uovo sul marciapiede porta a consumare un sacco di energia. Infatti, un giorno, a Ski Dubai necessita dell'energia equivalente che un nordamericano consumerebbe in un mese di guida. Quindi la domanda non è in realtà la capacità produttiva che l'OPEC ha. Ma la capacità di esportazione è la vera questione, e ogni anno questa è sempre minore, perché ogni anno, i consumi interni crescono.

Siccome è il loro petrolio e il loro gas, se li vogliono consumare sciando in uno dei più caldi deserti del mondo, è un loro diritto. Tutto quello che sto dicendo è che, probabilmente, il futuro approvvigionamento di petrolio non proverrà dall'OPEC, e molto probabilmente, non sarà a buon mercato.

Certo, il prezzo del petrolio è sceso a 40 dollari barile durante la recessione. E per molte persone, questa è la prova sufficiente che non ci può essere businnes con il prezzo del petrolio in tripla cifra. Ma quello che questa gente dimentica è che nell'ultima recessione, la domanda mondiale di petrolio è scesa. E 'scesa per la prima volta dal 1983. Tale era la gravità di questa recessione.

Il picco del petrolio non è un problema se l'economia che si sta alimentando decresce. Il picco del petrolio è un problema solo se le nostre economie iniziano a crescere. La prima cosa da sapere su una ripresa economica è che le economie ricominciano a consumare più petrolio. La seconda cosa da sapere di una ripresa economica è che i prezzi del petrolio iniziano ad aumentare. Dove si trova il prezzo del petrolio oggi? Oltre 80 dollari al barile. Con l'eccezione di Germania e Canada, ogni altra economia del G7 è ancora chilometri sotto il livello di PIL precedente alla recessione.

E tuttavia, tornate indietro di tre anni e il prezzo a cui il petrolio è scambiato oggi sarebbe un record mondiale di tutti i tempi. Adesso è il prezzo a cui è scambiato all'ombra della più profonda recessione globale del dopoguerra. Dove pensate che i prezzi del petrolio stiano andando?

Vi dirò dove penso che i prezzi del petrolio stiano andando. Anche nella più anemica fase di ripresa economica come quella attuale, stiamo andando verso prezzi del petrolio a tre cifre. E non ci arriveremo fra 10 o 15 anni. E certamente non è chiaro per me che l'economia globale sia in grado di gestire meglio questo evento rispetto al 2008. Ora, un sacco di gente dirà: "Jeff, la storia economica ci dice che la scarsità è la madre dell'invenzione. Dacci 10 o 15 anni di adattamento, e noi svilupperemo tecnologie alternative, in modo da non essere dipendenti dai fossili. "

E hanno ragione. Dateci 10 - 15 anni, e risolveremo questo problema dal lato dell'offerta. Ma come ho detto, il nostro appuntamento con la tripla cifra dei prezzi del petrolio non è da qui a 10 o 15 anni, ma è fra 10 o 15 mesi. Così, invece di cercare di trasformare in carburante ad elevato numero di ottano la merda di vacca, ciò che stiamo per imparare è ad abbandonare letteralmente la strada, ed è proprio quello che è già successo. Nel 2009, abbiamo avuto 4 milioni di automobili su strada in meno rispetto all'anno precedente. Nei prossimi dieci anni, 40 milioni di americani del Nord prenderà le corsie di uscita. La domanda è: "Ci sarà un autobus per andare avanti?" Invece di dare 40 milioni di dollari alla General Motors, ciò che avremmo dovuto fare è spendere 40 miliardi dollari per il transito pubblico, in questo modo avremmo avuto un autobus per andare avanti.

D'un tratto in un mondo con il prezzo del petrolio in tripla cifra, tutti i limiti di velocità dell'economia cambiano. E questo è uno dei problemi che abbiamo qui in America (e che dire di Europa ed Italia? NdT), è che noi non ci rendiamo conto che il limite di velocità della nostra economia è cambiato. L'economia può crescere ad una velocità del tutto diversa quando il petrolio è a 20- 30 $ al barile o quando il petrolio è 80-150 $ barile.

E questo è qualcosa che non credo che l'amministrazione abbia capito. Perché ciò che il Presidente Obama non può portarci è il petrolio a buon mercato. Si può avere petrolio costoso. Possiamo costruire un gasdotto dalle sabbie bituminose canadesi verso le raffinerie del Golfo (del Messico NdT), e possiamo estrarne il petrolio. Ma per ottenere il tipo di petrolio necessario, saranno necessari quei prezzi del petrolio in tripla cifra che non possiamo permetterci di pagare. Ma cercare di rianimare l'economia con misure di stimolo fiscale non è un sostituto del petrolio a buon mercato. Non può far crescere l'economia più velocemente. Renderà solo il deficit molto più grande.

Peggio ancora, il prezzo del petrolio a tre cifre non solo manderà letteralmente fuori strada milioni di persone, ma rimanderà di nuovo la nostra economia in recessione, a meno che, naturalmente, non cambi l'economia. Non possiamo fare molto con il prezzo del petrolio. È qui che si trova la curva di offerta. E se qualcuno ha dei dubbi basta guardare alle sabbie bituminose canadesi. Lì ci sono sicuramente 170 miliardi di barili, e altri 500 miliardi di barili di olio pesante giacciono nella cintura dell'Orinoco, ma non è questo il problema. L'esaurimento non è solo un concetto geologico, è più fondamentalmente un concetto economico. Perché se il costo di estrazione del petrolio dal catrame è più grande di quanto ci possiamo permettere, non importa quanti miliardi di barili di petrolio ci sono nelle sabbie bituminose.

Dunque come ci possiamo adattare? Come facciamo a crescere in un'economia con prezzi del petrolio a tre cifre? Si cambia la natura della nostra economia. In un mondo di prezzi del petrolio a tre cifre, la distanza costa denaro. L'economia globale, dove si produce una cosa da una parte del mondo, per venderla dall'altra parte del mondo, non ha alcun senso economico.

Si prenda per esempio l'industria siderurgica. Poco prima della recente recessione, alcune cose molto curiose stavano accadendo nel mercato statunitense. Quando i prezzi del petrolio sono saliti sopra 100 dollari barile, tutto d'un tratto, le esportazioni cinesi di acciaio negli Stati Uniti sono sceso a tassi a due cifre. E, all'improvviso, la produzione di acciaio degli Stati Uniti ha iniziato a crescere. E, all'improvviso, US Steel Corp., che è stato uno dei più grandi perdenti del mercato, ha visto il il prezzo delle sue azioni raddoppiato.

Cosa stava succedendo? Ve lo dico io che cosa stava succedendo. Per la prima volta in 20 anni, era più economico produrre l'acciaio negli Stati Uniti che a importarlo dalla Cina. Perché? Consideriamo quello che la Cina deve fare per inviare acciaio. In primo luogo, deve ricevere minerale di ferro dal Brasile, attraverso l'Oceano Pacifico, trasformarlo in acciaio, che è esso stesso un processo ad alto consumo energetico, quindi spedirlo di nuovo a voi attraverso l'Oceano Pacifico. A 20 dollari barile, la cosa funziona. A botte di 100 dollari, non funziona. Aggiunge 60 - 70 dollari, al costo di una tonnellata di acciaio laminato a caldo. Quanto tempo di lavoro pensate che ci sia nella produzione di acciaio oggi? Da un'ora e mezzo a due ore (per tonnellata NdT). I costi del trasporto hanno d'un tratto superato il costo del lavoro. Chi si sognerebbe mai che i prezzi del petrolio in tripla cifra potrebbero infondere nuova vita nella nostra iper sfruttata Rust Belt? In un mondo in cui la distanza costa denaro è esattamente ciò che sta per accadere.

Prendiamo il cibo. L'anno scorso, la Cina ha esportato 6.000 milioni di dollari di derrate alimentari in America, di tutto, dalle mele alle ali di pollo congelato, dando un nuovo significato alla consegna del cibo cinese. L'acciaio non deve essere refrigerato. Sperabilmente le ali di pollo congelato devono esserlo. Cosa pensate che alimenti le unità di refrigerazione? Carburante! La stessa cosa che alimenta la nave. Al mondo della tripla cifra dei prezzi del petrolio - non importa che il lavoro agricolo sia più economico in Cina che negli Stati Uniti, perché il costo di portare quelle ali di pollo congelato da noi sarà troppo alto.

Il fatto è che non smetteremo di usare acciaio in America, come certamente non ci accingiamo a smettere di mangiare. Ciò che ci accingiamo a fare è produrre il nostro acciaio e il nostro cibo. Purtroppo, gran parte dei nostri terreni agricoli è stata cementificata dall'espansione dei suburbi residenziali (suburban sprawl). Così come il prezzo del petrolio in tripla cifra infonde nuova vita al nostro Rust Belt, il prezzo del petrolio a tre cifre trasformerà quei sobborghi lontani nei terreni agricoli che erano, trenta o quaranta anni fa. Le stesse forze economiche che hanno devastato il settore manufatturiero e cementificato il nostro terreno agricolo, quando il petrolio era abbondante e a buon mercato, e i costi di trasporto accessori, quelle stesse forze economiche faranno l'opposto in un mondo di prezzi del petrolio a tre cifre. E questo non è determinato dal governo, non è determinato dalle preferenze ideologiche, e non è determinato dalla nostra volontà o mancanza di volontà di ridurre le nostre emissioni di carbonio. Questo è solo Economia al 100%.

Il prezzo del petrolio a tre cifre è destinato a cambiare le curve dei costi. E quando si cambia le curve dei costi, si va a cambiare la geografia economica, nello stesso momento. So che il mondo dei prezzi del petrolio tripla cifra è stato il dominio dell'apocalisse. Per molti, l'avvento del picco del petrolio e il prezzo del petrolio a tre cifre significa la fine della nostra economia. Per alcuni, della civiltà come noi la conosciamo. Non condivido questo pessimismo. Non condivido questa visione. Io sono un economista e credo nel potere dei prezzi.

Certo, se continuiamo a voler prendere le ali di pollo congelate e il nostro acciaio dall'altra parte del mondo, se vogliamo pendolare avanti e indietro ottanta miglia nel nostro SUV, il picco del petrolio non sarà solo una fase di recessione, il picco del petrolio sarà il picco del PIL, e ciò sarà apocalittico. Ma come ho detto, io sono un economista, e credo nel potere dei prezzi. Credo che ci stiamo accingendo a cambiare. Io credo che non prederemo il nostri alimenti o l'acciaio importandoli dall'altra parte del mondo e non credo che ci siamo impegnati, irrevocabilmente, nel suburban sprawl.

E si potrebbe perfino scoprire che quel mondo nuovo dietro l'angolo più piccolo è anche un bel po' più vivibile, e molto più sostenibile del "grasso" Big One che stiamo per lasciarci alle spalle.

giovedì 11 novembre 2010

Convegno ASPO IV.



Intervista sui temi del convegno che si è tenuto a Trento il 5-6 novembre. Lorenzo Rendi di Radio Radicale intervista il presidente di ASPO-Italia Ugo Bardi, il principale organizzatore del convegno di Trento Claudio Della Volpe e il sottoscritto.

giovedì 4 novembre 2010

Cassandre a convegno.

Cassandra. Frederick Sandys (1829-1904)

Spesso in questi anni lanciando l'allarme sulla questione dell'imminente picco del petrolio e dei suoi effetti economici e sociali, ci siamo sentiti dare delle "cassandre". A forza di sentircelo dire ci siamo affezionati alla vera Cassandra, non quella che viene usata come sinonimo di annunciatrice di sventura, ma la bella (e sfortunata) figura mitica che, inascoltata, lanciava giusti allarmi ai propri cittadini. Ci siamo affezionati, ma non identificati, infatti non abbiamo mai rinunciato all'idea che almeno qualcuno ci stia a sentire e cambi i propri comportamenti di conseguenza.

Il IV congresso di Aspo‐Italia si svolgerà a Trento, Facoltà di Ingegneria, Via

Mesiano 77, 38050 il 5/6 Novembre 2010, aula R2, 2° piano ed avrà un tema
sintetizzabile nello slogan: “Terra 3.1”.

Nel 500° numero de “Le Scienze” si sosteneva, che dopo una fase 1, nella quale
l’uomo primitivo si è sforzato di sopravvivere sfruttando le risorse dell’ambiente,
durata fino al Neolitico ed una seconda negli ultimi 10.000 anni in cui ha
modellato il mondo che lo circondava piegandolo alle proprie esigenze, oggi si
apre una terza fase in cui una crescita indiscriminata come quella dei 200 anni
precedenti non è più possibile. Molti processi ambientali sono arrivati ad un
punto di non ritorno come dimostrato dalla questione climatica, dalla crisi di
alcune risorse, ma anche dalla distruzione parossistica degli ambienti naturali;
questo avviene proprio mentre lo sviluppo economico tradizionale sembrerebbe
consentire anche a molti paesi poveri di aumentare il livello di vita delle loro
popolazioni. In questa terza fase, Terra 3, occorrerà comunque conciliare la
presenza umana e la impossibilità di ottenere risorse illimitate dal pianeta.
Non solo siamo d’accordo in linea generale con questa analisi, ma come Aspo‐
Italia ci poniamo il problema di come concretamente affrontare le innumerevoli
questioni che si aprono sia dal punto di vista tecnologico che economico e
sociale. Come conciliare l’esigenza di una maggiore giustizia distributiva e le
dimensioni limitate del pianeta? Quali tecnologie e quale organizzazione della
produzione, della riproduzione e dello scambio sono maggiormente adeguate?
Questo è l’argomento del nostro congresso che vuole entrare nel merito di alcune
almeno di tali questioni. Oltre 40 anni fa fu pubblicato “Limits to growth” che
sviluppò per la prima volta il tema; seguiremo la traccia, per quanto possibile
aggiornata, di quella grande impresa intellettuale.
Il congresso è aperto a tutti gli interessati.

martedì 2 novembre 2010

Popolazione sostenibile o popolazione limite.

 La tabella che segue riporta i dati di popolazione, reddito nazionale lordo procapite (Gross National Income misurato secondo il metodo della Banca Mondiale) consumo di biocapacità (secondo il Global Footprint Network) e la popolazione limite determinata da ciascun livello di consumo data la biocapacità totale del pianeta.

La tabella è ripresa, con modifiche, dalla pubblicazione del World Watch Institute: State of the world 2010 appena uscita, che ha come sottotitolo:
Transforming cultures, from consumerism to sustainability.

A parte i dati numerici, che secondo i miei calcoli sono un po' diversi, nell'originale si parla di popolazione sostenibile e non di popolazione limite. Ma se si divide la biocapacità totale del pianeta (13,4 miliardi di ettari globali) per il consumo di biocapacità procapite, non si ottiene la popolazione sostenibile, ma la popolazione umana che consumerebbe interamente la biocapacità terrestre il che è, ovviamente, non sostenibile. Non volendo fare ipotesi sulla quantità di biocapacità che si vuole lasciare agli altri organismi si deve indicare la popolazione calcolata come una popolazione limite.

Alcune definizioni per capire la tabella.
GNI: Gross National Income è definito al link della WB riportato sopra.

Capacità biologica o biocapacità: la capacità degli ecosistemi di produrre materiali biologici utili e di assorbire i materiali di scarto generati dagli esseri umani, utilizzando i sistemi di gestione e le tecnologie di estrazione attuali Sono definiti "materiali biologici utili" quelli utilizzati dall'economia umana, e quindi quello che viene considerato "utile" può variare di anno in anno (ad esempio l'impiego della paglia di mais (granturco) per la produzione di etanolo cellulosico farebbe diventare la paglia di mais un materiale utile, andando a aumentare la biocapacità della terra coltivata a mais). La biocapacità di un'area è calcolata moltiplicando la superficie reale fisica per il fattore di rendimento e l'opportuno fattore di equivalenza. La biocapacità è espressa in unità di ettari globali.


Popolazione limite mondiale a diversi livelli di consumo.


Livello di consumo


Reddito procapite

Consumo di biocapacità procapite (2007)


Popolazione limite a questo livello di consumo.

Popolazione effettiva
(2007)

(GNI 2008 $)
(ettari globali procapite)
(milioni)
(milioni)
Basso -reddito
1230
1,2
11200
1277,0
Medio- reddito
5100
2,0
6700
4281,1
Alto- reddito
35690
6,1
2200
1022,0
U.S.A.
45580
8,0
1700

Italia
35080
5,0
2700

 

lunedì 1 novembre 2010

Con il prof. Smil, alla ricerca della tranquillità perduta.

Chi mi conosce bene sa che non sono mai stato una persona tranquilla.
Tuttavia dal settembre del 2003, momento in cui mi sono reso conto del problema del picco del petrolio, sono poco tranquillo in un modo totalmente diverso. Come dimostrano i casi che occupano le prime pagine, e la rete, in questi giorni, quello Cassano, e quello Ruby- Berlusconi, non è facile modificare il proprio temperamento che, probabilmente, è in gran parte innato. Ma certamente la "cultura", l'ambiente in cui viviamo, ci modifica.

A volte ho nostalgia della mia mancanza di tranquillità precedente. Non ho avuto nemmeno la possibilità di scegliere, come capita al Neo di Matrix, fra la pillola rossa e quella blu. Sono entrato in un'aula universitaria per assistere ad un seminario postprandiale sul petrolio, uno di quelli in cui si sonnecchia cercando di non farsi notare dai colleghi, e ne sono uscito un'ora e mezza dopo assai poco addormentato. Da allora periodicamente cerco, a volte coscientemente a volte incosciamente, di trovare una seria smentita alla verità manifesta del picco del petrolio e dei suoi effetti sulla nostra vita.

E' stato così per me naturale leggere d'un fiato l'ultima fatica del prof. Vaclav Smil, sui cui testi ho studiato e imparato moltissimo, dal titolo: Energy Miths and Realities. Bringing science in the energy policy debate (Miti e realtà sull'energia. Portare la scienza nel dibattito sulla politica energetica).

I miti energetici che il prof Smil intende sfatare sono molti, alcuni piuttosto datati come "la credenza che il risparmio energetico riduca il consumo totale di energia" e la fede incrollabile nell'innovazione tecnologica che si manifesta nella patologia della generalizzazione della legge di Moore (che il prof. definisce maledizione di Moore). Questi miti persistenti includono, secondo Smil, anche le auto elettriche, le rinnovabili e il nucleare.
Questi miti vengono affrontati e smontati con una certa ironia e noncuranza, quasi che il professore volesse mostrare quanto poco impegno sia necessario per distruggerli. Nella seconda parte del testo si affrontano i miti che hanno ricevuto l'attenzione dei media in tempi recenti e che hanno anche una corposa letteratura tecnico scientifica: il picco del petrolio, il sequestro dell'anidride carbonica, la produzione di combustibili dalle piante e la fonte eolica. In conclusione Smil affronta il tema della transizione energetica e dimostra, come già Robert Hirsh nel 2005, che per portarla a compimento ci vogliono decenni.

In molte parti del testo il professore è, a mio avviso, molto convincente. Il suo scetticismo e pessimismo sul lato tecnologico ha toccato delle corde profonde di convinzione che mi appartengono da sempre. La retorica che viviamo nella nostra società riguardante l'innovazione e la ricerca sono una delle tossine più diffuse e che maggiormente ostacolano una discussione seria sulla possibile evoluzione del metabolismo sociale ed economico. Fra queste la maledizione di Moore e le conseguenti patologie iper-tecnofile della singolarità appaiono le più gravi. Altrettanto convincente è Smil nel discutere la fattibilità dei megaprogetti di sequestro della CO2 e dei biocombustibili.

Purtroppo nella mia ricerca della perduta tranquillità aspettavo molto di più dal capitolo sul Peak Oil che appare veramente poco convincente. Gia la partenza è sbagliata: retoricamente il prof. presenta la teoria della gola di Olduvai come una specie di main-stream picchista. Poi tutta la critica si concentra sulla curva di Hubbert e sulla presunta mancanza di analisi dell'economia del petrolio da parte dei "sostenitori" della teoria del picco del petrolio. Siccome chiunque legga e studi il problema del picco sa che il modello di Hubbert non è nè l'unico nè il principale strumento teorico in mano a chi si occupa dell'esaurimento delle risorse finite, e che il "discorso" economico è sempre presente nel dibattito, al punto che esiste ormai un vero e proprio corpus di economia politica sviluppata sull'idea che sono i flussi di energia a determinare il livello del nostro benessere, la critica di Smil finisce interamente fuori bersaglio e lascia il lettore (ed in particolare il sottoscritto) nella stessa condizione in cui era partito.



Per ulteriori approfondimenti sul libro di Smil consiglio la recensione pubblicata da Gail Tvenberg su The Oil Drum.

lunedì 25 ottobre 2010

Rifiuti. Se diventano una risorsa non riusciremo mai a ridurne la quantità.

Ottimo intervento del prof. Loris Rossi sulla questione dei rifiuti e di Terzigno. Il periodo che riporto sotto in corsivo è preso da un intervista al professore raccolta da Dino Marafioti per Radio Radicale. Chi volesse ascoltare l'intera intervista può andare sul sito della radio e cercare il notiziario del mattino di oggi 25 ottobre alle h8:46, l'intervista è al nono minuto della registrazione.





[... ] Oggi ci sono due monopoli: il monopolio delle discariche (che è controllato sempre dalla camorra) e il monopolio della lobby degli inceneritori i quali si sottraggono in una lotta forsennata i rifiuti perché, loro, più bruciano e più guadagnano [...] questi, che si contendono la spazzatura […] sono nemici però sono alleati contro la raccolta differenziata, questo è il punto che in Italia bisogna capire. 
Questi due monopoli sono nemici della raccolta differenziata al punto tale che quando si è finanziato l'inceneritore di Acerra, il presidente dell'ABI è intervenuto dicendo chiaramente: io vi finanzio cari monopolisti degli inceneritori, se voi però mi garantite che ci stà una quantità di spazzatura notevole, perché altrimenti noi dobbiamo fare una legge regionale per multare i comuni che non producono una quantità sufficiente di immondizia.

Chi si riempie la bocca con la retorica dell'ambientalismo pragmatico, o dell'ambientalismo del SI, contrapposto a quello del NO, chi ha sempre presentato gli inceneritori come LA SOLUZIONE al problema dei rifiuti potrebbe tentare di replicare, ma, per favore, lo faccia dopo aver riflettuto cinque minuti.

sabato 23 ottobre 2010

Invecchiamento. La bomba ad orologeria immaginaria.

Oggi ospito una recensione di Marisa Cohen del libro di Phil Mullan "THE IMAGINARY TIME BOMB. Why an ageing population is not a social problem" (LA BOMBA AD OROLOGERIA IMMAGINARIA. Perché l'invecchiamento della popolazione non è un problema sociale). Quando Marisa la pubblicò a sua volta sulla mail list di Rientrodolce, non l'avevo considerata molto, ma ora la trovo molto interessante.
Avendo immediatamente ordinato il libro immagino che fra qualche settimana vi sorbirete anche il mio commento. Buona lettura.



"THE IMAGINARY TIME BOMB. Why an ageing population is not a social problem" (J.B.Taurus Publishers)


Posso solo fare una breve introduzione al pensiero dell'autore, ma non posso certamente entrare negli intricati grovigli delle pagine dedicate a complicati studi, ricerche, statistiche e diagrammi, referenze di autori (l'indice è lunghissimo), World Bank eccetera.

L'interesse di Phil Mullan consiste principalmente nello sgonfiare il mito della terza età come fonte di tutti i mali economici della nostra civiltà e la conseguenti manipolazioni di economisti e governi per diminuire le spese del welfare.

Phil Mullan prende le mosse dal fatto che demografi e commentatori politici ed economici hanno ribaltato il problema della sovrappopolazione in una crecente preoccupazione per il numero degli anziani e del pericolo che questa crescita rappresenterebbe per le società avanzate. Secondo tali vedute, stiamo entrando in una "Global Aging Crisis", che sarà fatale per i programmi politici delle nostre società e il rinnovo dei loro contratti sociali; la combinazione dell'allungarsi della vita e del declino delle nascite ha dato luogo ad uno spostamento generazionale, che renderà impossibile il mantenimento di una popolazione sempre crescente  di vecchi ed aprirà una specie di guerra generazionale.

Tale preoccupazione va di pari passo con quella per il declino della natalità, che ci tiene ostaggio della competitiva fertilità di paesi in via di sviluppo.

Cosi il problema demografico rinforza il doppio standard, perchè da una parte l'Occidente deplora e cerca di fermare il tasso di natalità dei paesi in via di sviluppo e dall'altra lamenta la mancanza di fecondità delle proprie società che porta alla crisi generazionale.

Quindi l'autore ritiene che molta parte di tali preoccupazioni fanno parte dell'ossessione della società contemporanea per la ricorrente parola "crisi", che riflette la continua ansietà e insicurezza, legate ai cambiamenti sempre piu' veloci a cui siamo sottoposti.

Come molte volte il timore ci fa vedere le cose in una luce sbagliata e può anche contribuire a realizzare le nostre paure.

Mullan sostiene che tali preoccupazioni hanno poco a vedere con i numeri, ma sono proiezioni ideologiche, intrise di emotività. John Maynard Keynes, per esempio, alludeva al pericolo che un declino della popolazione avrebbe causato una crisi della domanda, quindi una recessione.

Le prospettive pessimistiche si concentrano in particolare sull'invecchiamento della società, che dovrebbe invece essere un segno di positivo sviluppo che ha permesso l'allungamento della vita attiva.

E' dagli anni Ottanta che il gli anziani diventano un problema, con la loro marginalizzazione dal mercato del lavoro e, conseguentemente, dalla società.

L'interesse dell'autore è piuttosto rivolto alle conseguenze economiche, oltre a quelle sociali, come risposta al panico degli economisti e dei governi.

Confronta la spesa per mantenere un anziano e quella per mantenere un figlio. Un aumento nella proporzione degli anziani puo' abbassare i bisogni di investimento di una nazione e aumentare lo standard di vita, perchè le minori reclute nel mercato del lavoro richiedono minore investimento di capitale. Critica il concetto del rapporto di dipendenza degli anziani, a cui oppone l'elevato costo dei figli, che consumano molte più risorse pubbliche molto prima di poter pagare le tasse.

Il problema non è tanto che non ci siano abbastanza persone a sostenere gli anziani, ma piuttosto che gli anziani che vogliano ancora essere parte attiva del mercato del lavoro trovino le porte chiuse. Questo è frutto di un trend moderno, che sostiene i giovani e crea il problema di un accorciamento della vita lavorativa che inibisce l'apporto degli anziani, la nuova classe discriminata, alla società. L'età pensionabile riflette uno stigma sociale, ma è stato sempre un espediente per permettere ai giovani di entrare nel mercato del lavoro, una creazione del Welfare State.

L'autore ipotizza una ristrutturazione dell'economia che rifletta le nuove condizioni. Non si può continuare a ragionare con gli stessi principi del passato. Bisogna riconoscere che la realtà è cambiata: un sessantenne nel 2000 non é lo stesso che un sessantemme nel 1830.

-L'accesso a nuove tecnologier puo' incrementare l'output dei lavoratori inclusi, quelli piu' anziani, e renderli piu' produttivi.

-Nelle società industriali il livello tecnologico produce sufficiente ricchezza anche con un livello di crescita piu' basso.

-Inoltre, lo stesso miglioramento delle condizioni di vita influirà sulla salute e le capacità di lavorare delle future generazioni di anziani.

-Con l'aumento del numero degli anziani, questi avranno una più grande influenza sullo stato sociale ed economico dell'intera società.

-L'esistenza stessa della terza età è il risultato del progresso, la funzione del successo umano di migliorare la salute.

Infine, secondo Mullan il mito della vecchiaia è stato manipolato per giustificare il taglio delle pensioni pubbliche, perchè l'umore generale è che gli anziani consumano una considerabile parte della ricchezza comune.

Un nuovo morbo è stato individuato: al posto della paura di morire troppo presto, si è sostituita la paura di vivere tropo a lungo.A questa paura si aggiunge la constatazione che non si puo' piu' contare sulla famiglia, che ha pure cambiato struttura.

Il pessimismo che circonda tali argomenti ha spesso come conseguenza di abbassare le aspettative della gente su quale tipo di società e di mondo possiamo attenderci nel futuro, per noi e i nostri discendenti.

Il che equivale a non cercare mezzi per progredire, ma restare passivi.

Questo è un riassuntino, ma l'autore porta molti esempi convincenti.

Maria Luisa Cohen

venerdì 22 ottobre 2010

L'invecchiamento.

La scorsa settimana ho partecipato, come delegato di Radicali Italiani, al congresso dell'ELDR a Helsinki.
Il tema centrale del congresso era: la sfida rappresentata dall'invecchiamento delle società. Sembra che la parola "sfida" sia un eufemismo per definire (ottimisticamente) la situazione quando qualcosa ci sfugge di mano; l'ho sentita usare spesso anche in relazione alle questioni energetiche.


Thomas Cole. The voyage of life: old age. 1842

Il fatto è che se c'è una cosa che ci è sfuggita di mano è la nostra prolificità. Tutto il resto segue secondo una logica abbastanza stringente. Ma prenderne atto è apparentemente abbastanza difficile.

I liberali europei si pongono il problema di come governare questa transizione. E' già qualcosa. Ma come virtualmente tutti i politici affrontano il problema con dei principi che sono altrettanti intralci: 1) la quasi totale settorialità del tema (cioè la demografia non è parte dell'ecologia, di ambiente si parla dove si parla di ambiente!) 2) il nostro fine è promuovere, sostenere, incrementare la crescita economica, cioè mantenere il paradigma vigente. Fortunatamente i liberali europei non propongono, come lo IOR, la dicotomia fra maggiori consumi e maggiore natalità, ma finiscono per limitare tutta la questione demografica ai due sottotemi: pensioni e immigrazione. Poi non volendo prendere il toro per le corna partoriscono un topolino di risoluzione finale che non affronta il nocciolo del problema.

Il fatto che l'Europa invecchi è un contributo al declino di una popolazione umana in evidente condizione di overshoot ecologico. Governare l'invecchiamento delle società fa parte della "sfida" di governare la decrescita. In pratica: continuare a fare meno figli consumando meno risorse. Questo, che non è certamente Business as Usual, viene spesso visto come "crollo del capitalismo". Io sono poco incline a vedere in una necessità fisica (la riduzione del metabolismo sociale ed economico) la fine dell'imprevedibile. Sono altresì poco incline a credere nelle rappresentazioni teleologiche della Storia. Sono abbastanza convinto che, ancora una volta, la Storia ci sorprenderà e permetterà a schiere di storici di spiegarci, a posteriori, l'inevitabilità di quanto è accaduto.